domenica, settembre 18, 2011

Tra gli aranceti di Kosmoskoya



Tra gli aranceti di Kosmoskoya si avverte la distrazione dell’oceano e ci si arresta anche se si è in movimento e ci si annienta per qualche istante … mi hanno raccontato che molte persone di questa terra hanno preso e se ne sono andate … da quel poco che sono qui credo che una buona e sostanziale ragione stia nello stato dolce, depressivo, riparato delle foglie degli aranci di Kosmoskoya mentre insospettabile la scogliera rimane lontana in attesa di uno scossone dal vento proveniente dall’Atlantico o di un cedere delle terre mai dome di queste zone.
In agguato Juan sta nel suo locale con le mani pesanti, gonfie, ingrossate, sfaldate in alcuni punti, le nocche salde, i palmi raggrinziti, segnati,  palmi idioti delle mani dice Juan, che le usa per il suo lavoro quando prende posizione dietro il bancone e ti confida di come si consideri un prodotto dell’Atlantico e che Kosmoskoya con i suoi aranceti sta nel sonno atlantico indisturbata come una potente dea ormai doma, Juan che non si sofferma mai sui suoi amori, i matrimoni, le scapestrate sorelle disperse nel continente e che anche se sta zitto è come se continuasse a parlare della sua famiglia, della sua laurea in antropologia, di questa terra immutata nonostante i secoli e gli uomini.
Juan mi ha detto che il mio modo di parlare, di comportarmi, il mio essere prevedibile, monotono come il mio essere imprevedibile, discontinuo, magari può annoiare, stufare ma rimane qualcosa su cui riflettere visto che non ne capisce il perché e visto che io non sia ancora totalmente convinto che la mia presenza a Kosmoskoya sia definitiva, fissa, necessaria, ineluttabile senza bisogno di ulteriori ripensamenti.
Così Juan con i nervi a fior di pelle, il viso e la camicia sudati, prende ordinazioni e appena scritte sul taccuino verde le ripete a mo’ di recita di un salmo come quando si reca in chiesa due volte al giorno per starsene lontano dalla gente e ha sempre da ridere su ogni cliente sia che paghi o no, mettendosi le mani nei capelli  per metterli a posto, frugandosi nelle tasca dei pantaloni sempre in cerca di qualcosa e quando l’ha trovata magari va sul retro della cucina ed osserva Cecilia preparare da mangiare per gli ultimi avventori del momento, la guarda e si fa un goccio con una smorfia sospettosa mentre lei sta facendo friggere la pancetta e gli dice Juan mi serve il maiale, vai a comprare il maiale! e lui annuisce grugnendo, avvitando il tappo della fiaschetta, dopo che sei stato in chiesa vai prendere il maiale! gli ordina Cecilia e Juan si vede già appoggiato alla colonna della selvaggia chiesa di Kosmoskoya immerso nei suoi dubbi e nel buio, con la lista della spesa appuntata su un foglietto appallottolato e sudicio nella mano destra, quell’angolo esistenziale che lui aveva battezzato “il mio angolo” e che i suoi concittadini chiamavano l’angolo di Juan, dove borbotta inveendo contro quel dio imparziale e castigatore che gli ha tolto sua figlia e l’ha gettata tra le braccia di un uomo da lui ritenuto non all’altezza della sua bambina e quando gli è scappato qualcosa su questa storia è perché era al quarto o quinto bicchiere, almeno uno come te mi diceva, grazie per la stima Juan rispondevo, dovevi conoscerla tu Briseide, non quell’anziano manigoldo, vecchio mezzo delinquente rincoglionito, dovevi conoscerla tu, sai è una ragazza molto graziosa, per bene, non doveva farmi questo, ma se lo incontro quel bastardo …
Briseide aveva scelto il suo uomo, con trenta anni più di lei e per lui se ne era andata da Kosmoskoya, lasciando l’Atlantico, gli aranceti e Juan, che però aveva commesso l’errore di essere testardo e violento non accettando l’amore tra sua figlia e il suo migliore amico, quello stesso amico che pochi anni prima faceva giocare la sua bambina al parco giochi e che da piccola Briseide chiamava zio, e io gli ho detto vedi Juan, prendila così, prima lo chiamava zio ora marito, è solo un nome che si dà alle cose, sono termini per qualificare un rapporto famigliare o coniugale, da zio a marito … e quella volta Juan mi ha tirato dietro un bicchiere, per fortuna mancandomi, e mi ha cacciato dal suo locale urlando che mi avrebbe sparato se solo avesse avuto un fucile.
Da quel giorno non vado più alla tavola calda ma so che ogni giorno Juan con la sua bici raggiunge la chiesa di Kosmoskoya, va dritto alla colonna vicino all’altare dedicato alla Vergine dei Naviganti inginocchiandosi e scagliandosi contro il destino che gli ha rubato l’unica sua figlia, lasciandolo solo e sbalordito.
Ma so anche che uscendo dalla chiesa dalla chiesa si piega in un piccolo e sofferto inchino e mentre si rialza fa una promessa.

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