lunedì, ottobre 27, 2014

Grandmaster Flash

Il Racconto di Otto Notti







Notte Prima

Conclusione: una sola, otto notti a New Orleans. Su un manifesto una grafia curva, nera, piena. Vedere il mondo da uno scaffale. Discesa all’inferno per qualcuno. Logiche sessuali spirate sulla pareti di sacrifici creole-ellenisticisti. Domini francesi, spagnoli, tradizioni malevole per il continuare della vita, lo scorrere del pessimismo bianco. La pelle strappata in più punti. Un’occhiata alla faccia delle gente. Una volta potevo fumare e mischiare gli effetti. Vedevo il sorgere di un’impero mentale che aveva la quota fluttuante della strada. La gente, le parole, la gente. Forse le conclusioni sono state troppe, nella mia età che avanza. Le primavere arrivavano e il sole schiantava dopo le quattro. Una nuova possibilità, totale: vagare. Otto notti a Nola è tutto quello che ho da dire. Esplorazioni diurne, consolazioni con una Polaroid del 1968. Una notte di lunedì, qualche sera fa. Devo fare tutto prima del labor day. Poi questa città brucerà, stupidamente. Sono sorto e cresciuto sulle rovine della mia famiglia, vengo da un altro continente. Avrò un rifugio da Molly, come adesso. Una partita equilibrata, potrei dire. Mangerò a tarda notte, in un diner a pochi metri da qua. Morsicherò quello che trovo e parlerò con chi trovo, o non parlerò del tutto. Oppure parlerò da solo nella mia camera d’albergo, vedendo le luci e i movimenti della notte fino al lago Pontchartrain. Poi, vediamo: nient’altro.




Notte Seconda

La decadenza o la sola capacità di considerare la morte un’eventualità inevitabile. Lasciare gli altri affannarsi dietro i soliti schemi e costumi. La sola capacità di adattarsi all’ambiente e venirne fuori malconci e vivi in un altro modo. Una donna con un caschetto nero ride sguaiata ed improvviso a parlarci. Dice che ho un accento francese. E che la mia voce viene dal mio stomaco, dalla mia testa e dal mio naso. Va bene cara, puoi fare di meglio. Il senso della battuta era famigliare. Salutandola le ho detto che ho visto migliaia di chilometri e che animali gravidi correvano nelle radure estreme. Se ne è andata pagandomi un’altra Miller High Life. Posso capire che si parli di anno del signore, si possa tendere a diventare impopolari, ma da dove vengo io, lo abbiamo chiamato così, per più di due millenni. Si diceva sempre in classe: i buoni da una parte, i cattivi in disparte. Era una sorta di rotazione religiosa. Cosa fa la gente nella vita? Fa quello che gli viene più comodo. Ad esempio, a scuola. Se vieni da una famiglia benestante, unita e che si presenta meglio, verrei sempre preso in considerazione. Ma se inizierai a rifiutare il loro linguaggio falso e a contestabile, a provocarli, loro verranno ad impiccarti. Ma non è detto che sempre ci riescano. Gente troppo debole per convinzioni inutili. Continuando. La semplice affermazione “voglio che questo individuo sparisca”  detta in un bar, come mi trovo ora, traslata in “voglio che questo uomo muoia, adesso” viene letta in modo differente, anche se il senso rimane lo stesso: vuoi la sua sparizione. L’orecchio non vedrà più di quanto possa vedere ed abbia già veduto.




Notte Terza

Illusioni al cromo, cromate. Ho visitato industrie. Stavo scattando. Volevano perquisirmi e portarmi dentro. Ci so fare con gli uomini. Al Fritzell’s Club sono soli e pagano l’insolenza del servizio. L’uomo imita. Oggi ho parlato con una famiglia di neri ad Arabi. Guardavamo la televisione, eravamo in un Mc Donald’s. Ci siamo messi a ridere. Mi chiedo da sempre se la gente sia capace di parlare. Le ossa delle braccia, le articolazioni rigirate, le vene andate. I musicisti aspettano, qualcuno sputa per strada e chiama la moglie. Hanno sempre dei cappelli bianchi e delle camicie verdi. Sembra assurdo che certe cose possano capitare qui, a poche miglia dalla costa del golfo e dal bayou. L’unica cosa che mi interessa è andarmene via di qua e proseguire in un silenzio vegetale. Ecco la panacea, ecco lo scudo di pandora. Un incidente stradale. Anni di frustrazione davanti ad un juke box, prima che la torre obliqua cada. Ho appeso la tua stampa nella mia cucina, mi ha detto. E’ una cosa stupenda, così raffinata e bella. Le dico: stai zitta, ora. L' ho appesa anche nella via ieri e qualcuno ha tentato di strapparla dicendo che andava contro il nome di dio. Per fortuna un mio amico l’ha colpito duro alla schiena. E’ crollato. Gli abbiamo detto che nessuno deve toccare le tue stampe su New Orleans. Questa è la nostra città e tu fai parte di noi. Dopo siamo andati al Sazerac. C’erano molte persone. Siamo tornati a casa alle nove. Essere onesti alla fine della giornata non è una cosa da tutti. La strada pendeva a sinistra. E non era per la rivoluzione.




Notte Quarta

Amabili frasi di dimissioni. Il piacere delle cinque meno un quarto. Una stanza in cui le grandi figure scendono e spariscono. Mai stato così bene, mai così solo. Controllo il materiale di ieri. Penso dove posso andare oggi, tra qualche ora. La gente che si sta addosso come cavallette, la gente che si costringe: qua no. Posso dire di avere attraversato il fiume da solo o in compagnia e non verranno mai a chiedermi niente. Tettoie, scantinati, traiettorie. Uomini che hanno smesso di sentire anche l’odio. Miliardi di uomini che non vivono. Da lì è venuta l’idea dei morti viventi. Donne vinte dalla lotteria, deboli, inutili e affascinate dai serpenti che temono. Da piccolo, in campagna, assassinavo e scuoiavo qualsiasi animale incontrassi. Ero nella casa di mia nonna. Mi alzavo ed ammazzavo. Mi sembrava una cosa giusta. Erano animali senza alcun senso. Non erano cervi sacri. Parlo di animali di nessun conto. Bruciavo arbusti, guardavo nel cielo. Per disegnare usavo gli astucci che mia madre e mia zia avevano da bambine. Giravo il collo, ogni tanto. Non sapevo andare in bicicletta. Ogni giorno mi mettevo su e mi buttavo giù per il viale. Una volte finii pieno di spine. Un coerente quadro vitale: fughe, spine da estrarre, velocità, dolore, anche se volevano convincermi dell’opposto o solo di altro.




Notte Quinta

Essere dispersi, la voce di una donna che dice che le mie ossa verranno trasportate dove voglio. Non volevo vedere niente. Solo chiudere. Ma quello mi era venuto nel fianco ed non avevo l’agilità di una volta anche se avevo aumentato la robustezza. Guardavo. Guardavo lui che mi stava arrivando e nel fianco. Sono riuscito a fare un po’ di retromarcia. Era sangue. Per molto non avrei camminato. Avrei guardato lo stesso scenario da un letto. Ma non avrei lasciato nessuno a terra. Questa era solo una fantasia notturna, una stravaganza senza fine. Sono andato al Nith Ward a piedi. Una striscia scura che curvava e piombava il cielo e forse per questo, mi sono messo a pensare agli spiriti ed in un certo modo a Dio, di rimando. Congetture atomistiche corrose all’alba di un nuovo discorso, inghiottite da una traiettoria immodificabile del Mississippi ed un’unica credenza permane, ultra-dogmatica, viscerale, oltre ogni possibile considerazione concepibile dalla mente umana: ESISTERE. Al Ninth Ward l’aria era lugubre, dolce, identica a se stessa da almeno quattro secoli, qui dove Katrina ha mangiato, ingozzandosi, strozzando vite, impossessandosi di quello che rimaneva dei corpi: gli organi vitali. Cavi dell’alta tensioni che corrono per centinaia di metri, neri, grigi, imbrigliati, impuntati. Bidoni in ferro piantati come totem, la cui unica sembianza sembra la mutabilità violenta delle ombre. Giro i piedi nel Ninth Ward e punto il Vieux Carré. 





Notte Sesta

Al Le Booze del Royal Onesta c’è un grosso nero che balla dietro al bancone. Il bar è vuoto e non sono più forniti come una volta. E’ una cosa che mi lascia spiazzato. Domani sarò ad Algiers e c’è una ragazza creole che conosco che ha il corpo malva e gli occhi azzurri, verdi e ramati. Andremo per cimiteri. Vuole presentarmi la sua famiglia. Recinzioni scolorate, slabbrate, in via d’estinzione. Altoparlanti alimentati dalla corrente elettrica che arriva dalla diga. Il deflusso dell’acqua e la devastazione del fulmine. Una nervosa precisione che rimanda alle parole dei padri costituenti del caos. I giorni della presa della pioggia. Su Burgundy il tragitto chimico di alcune giovani promesse. Un ragazzo sta fuori da un parcheggio e cerca di dirigere direzionando il traffico. Vuole fare quanti più soldi possibile in una notte. Fa schioccare la lingua di continuo. L’arrotola e la slancia come una fionda israelitica e fa dei fischi che sono simili alle grida saline del Mar Morto. La gente sta arrivando in città per la partita dei Saints. Molti hanno la maglia di Drew Brees, con un nove squadrato stampato nella schiena. Hanno vinto il Super Bowl nel 2009. E’ stato un riscatto da Katrina. Almeno qui l’hanno vissuto così. Quello che è buono, è buono, mi dico.





Notte Settima

Le parole si stanno esfoliando. Così anche alcune zone del mio corpo. L’epidermide linguistica. Vedo davanti a me le migliaia di libri che ho letto in circa dieci anni. Quelli prima, si possono dimenticare. Negli ultimi tempi sto perdendo il concetto di quanto ho letto. Prima hanno iniziato a sbiadire i classici di cui non ho mai avuto una grande opinione. Poi i moderni ed i postmoderni. I testi di poesia e quelli di teatro. Compravo testi di teatro autoctono. Mi chiudevo in delle stanze per lunghe sessioni di lettura, studio, comparazione. Il mistero della lingua. La circolarità dell’espressione mutevole dei nostri intenti. Ampie divisioni provenienti da collisioni stellari accadute in buchi neri distanti nel tempo e nello spazio. Dei punti incollegabili tra loro. Alzare la testa e buttarsi nel rosso sfrenato delle insegne luminose degli hotel. Altezza: quasi duecento metri. Una cosa inguardabile, al tatto.





Notte Ottava

I giorni sono stati compressi in queste otto notti. Compressi dalla pietà di questi territori e dalla mia volontà. L’origine di questa volontà non è rivelabile. La polizia arresta qualche criminale per rendere la vita più dolce nelle strade. Questi ufficiali in divisa, impettiti in un blu reggimentale, tirano le file della rettitudine. Le balconate in fiore rivelano la loro caduta con una colorazione incipiente. A terra, collassando, un muro. Preghiere inascoltate dal fronte di un bancone di una reception dello Sheraton Hotel, in Canal St. E’ solo la fine di un altro venerdì e bisogna decidere. Scene: una donna è stata borseggiata e rimane in lacrime in mezzo al marciapiede; un uomo è inchiodato al telefono e chiama la propria famiglia che vive in un altro Stato; nessuna altra peculiare follia documentabile. Il sabato si comporrà di monete che penetrano in scatole metalliche tenute in mano da mendicanti in doppiopetto, causando danni e ferite che saranno documentati nelle cronache di domani. Il blu si fa sul nero. E’ una tendenza trasformatrice. La riscossa della perfidia tipicamente occidentale. Una grande falce volteggia isterica sopra i tetti piani come una dichiarata vendetta incrociata. Braccia bronzee con bracciali mesopotamici. Un mattatoio abbandonato indirizza le marce di uomini in cerca di lavoro. Treni merce abbandonati per il fine corsa in piena invasione desertica. Il mondo mette alla prova i suoi abitanti.




















mercoledì, ottobre 22, 2014

Uomo Vecchio









Sì, poi dopo cos'è successo
c'era quell'uomo
vecchio, c'era quell'uomo
e stava sempre nella nicchia
tra il calorifero e l'armadio
se mi alzavo alla mattina era un miracolo
poi guardavo negli occhi la gente
quella gente che passa per strada
la fissi & la annienti
non valgono niente
sono stato ricattato
era vecchio
ma neanche così tanto
i giorni di pausa credo
passati per una santa ragione, credo
ho sentito
una domanda di matrimonio
un muro svenduto all'alba
dieci sacerdotesse
scappate dalla setta di turno
dio non esiste
esiste solo il diavolo
forse ho trovato una montagna
che viene giù
niente di cui preoccuparsi
ma essere preoccupati
per la propria vita
è una cosa di cui ridere




Hank Williams

martedì, ottobre 21, 2014

una delle ultime volte che scrivo nella mia lingua








Questa è la linea tra di noi
tempo perso per le altre persone
cercare di parlare sempre comunque

Quindi
arrivato
in una grande città straniera

hai guardato
sei stato in giro
la nudità degli individui

solita roba
la gente attorno
ordinare qualcosa

allora
il temporale
& parole inutili

giusto solo
come una canzone
sotto una tettoia.






sabato, ottobre 18, 2014

Stanza 247








Persone
Ratsky, uomo a ridosso della quarantina
De Souza, psicoterapeuta di fama internazionale
Segretaria di De Souza


Scena 00

Ratsky: Buongiorno, sono Ratsky. Ho un appuntamento con il Dottor De Souza.
Segretaria: Signor Ratsky. Ah, la seduta multipla. Avviso il dottore del suo arrivo. Professor De Souza è arrivato il signor Ratsky per la sessione multipla. Sì, subito. Il professore ha detto che la riceve tra cinque minuti. Nel frattempo si può sedere nella sala d’aspetto. In fondo al corridoio, a sinistra. C’è scritto: sala d’aspetto. Non può sbagliarsi.
Ratsky: D’accordo.

Ratsky va nella sala d’aspetto. Cinque minuti dopo viene chiamato ed accompagnato nello studio del dottor De Souza. Entra.

Scena 01 - ore 9.00

Ratsky: Buongiorno dottore, sono Ratsky, per la seduta multipla.
De Souza: Buongiorno. Prego si accomodi sul divano.
Ratsky: Il divano del paziente.
De Souza: Esatto.
De Souza: Dunque signor Ratsky. Passeremo sei ore insieme. Tre da adesso. Faremo una pausa, quindi riprendiamo alle due. Quindi: nove dodici, pausa di due ore, e ripresa due pomeridiane fino alle cinque. Le invierò per conoscenza il referto.
Ratsky: Per conoscenza?
De Souza: Il destinatario è il tribunale.
Ratsky: Sì, corretto.
De Souza: Allora direi che possiamo iniziare.
Ratsky: D’accordo.

Scena 02 - ore 9.03

De Souza: Paziente Adorno Ratsky, sessione multipla frazionata. Registro. E’ la prassi. Sa ho un archivio audio spaventoso. Quarant’anni di lavoro.
Ratsky: Immagino sia molto prezioso per lei. Un materiale umano e scientifico ,irripetibile.
De Souza: Diciamo che dice bene. Mi colpisce subito questa sua associazione. Ha definito il mio materiale umano e scientifico. L’aggettivo irripetibile è superfluo. Nel senso che potrebbe essere anche sostituito con un altro aggettivo. Da dove arriva? Ha un approccio che denota un lato umanistico ed uno pragmatico. E’ interessante. Mi dica da dove proviene.
Ratsky: Proviene da me. Dalla mia vita.
De Souza: Signor Ratsky, siamo qui per una seduta terapeutica multipla che serve per valutare se lei è pronto per rientrare in società.
Ratsky: Rientrare in società?
De Souza: Sì anche se è qua solo per una valutazione ai fini del riottenimento della patente.
Ratsky: Appunto.

Scena 03 - ore 9.17

De Souza: Da quanto mi ha detto, stava passando un periodo molto brutto, in cui il bere era la sua linfa vitale. Era il suo pallino fisso.
Ratsky: Curava i miei mali. Mi faceva dormire.
De Souza: E purtroppo si è addormentato mentre guidava. Capisce che poteva morire qualcuno? Lei deve essere responsabile delle proprie azioni. Lei come essere umano lo deve essere. Poteva uccidere altri esseri umani. Bambini.
Ratsky: I bambini non sono per strada alle quattro di notte.
De Souza: Lei come si definirebbe oggi.
Ratsky: In che senso?
De Souza: Lo sa bene. Comunque per aiutarla le propongo tre domande a cui potrà rispondere agevolmente. Come procede la sua vita professionale? Come si sviluppa la sua vita sentimentale? Riesce a gestire il consumo di alcolici?
Ratsky: La vita professionale. Ho appena cambiato agente. Spero che le cose vadano meglio. Forse mi trasferirò all’estero. Con le donne, discretamente. E alla terza direi che sto gestendo meglio il mio consumo. Anche se per bere, bevo.
De Souza: Lo immaginavo. Lo sa che prima del test deve tenersi pulito per un po’?
Ratsky: Sì. Lo sto già facendo.
De Souza: Bravo.

Scena 04 - ore 9.34

De Souza: Ora mi racconti della sua vita. Partendo dalla sua infanzia.
Ratsky: La mia infanzia?
De Souza: Vede signor Ratsky, la legge prescrive che il referto di cui ha bisogno riporti un quadro generale, nel senso che deve prendere in considerazione la vita della persona. Il suo quadro psico-clinico completo.
Ratsky: Capisco. Non ero preparato. A partire dalla mia infanzia.
De Souza: Da qualcosa, da qualche parte bisogna partire.
Ratsky: Sono nato in una famiglia benestante. Forse più che benestante. Mio nonno produceva viti.
De Souza: Per suo nonno intende il padre di sua madre o il padre di suo padre.
Ratsky: Il padre di mia madre.
De Souza: E da parte di suo padre?
Ratsky: Mio padre proveniva da una famiglia di coltivatori.
De Souza: Coltivatori? Vuol dire contadini?
Ratsky: No. Avevano delle piantagioni. Intorno al mondo.
De Souza: Piantagioni di cosa?
Ratsky: Caffè, cotone, canapa e altro.
De Souza: Quindi proviene da una famiglia di industriali.
Ratsky: Praticamente sì.


Scena 05 - ore 9.41

De Souza: Dunque sua madre l’ha cresciuta.
Ratsky: Sì, mia madre. Come le dicevo mio padre era in giro. Per via delle piantagioni. Sommando i giorni che rimaneva con noi … in un anno si arrivava ad una quarantina di giorni.
De Souza: Sommando. In dieci anni lo ha visto per un anno.
Ratsky: Corretto.
De Souza: E sua madre?
Ratsky: Mia madre cosa?
De Souza: Lavorava? Di cosa si occupava?
Ratsky: Si occupava di enti benefici. Fondazioni, associazioni. Cose del genere.
De Souza: Oltre a sua madre, chi si occupava di lei?
Ratsky: I miei nonni materni. Le sorelle di mia madre. Le mie cugine.
De Souza: E i contatti con la famiglia di suo padre?
Ratsky: Li vedevo per natale e per pasqua. Andavamo in Colombia.
De Souza: In Colombia?
Ratsky: Sì i miei nonni vivevano là. Per via delle piantagioni.
De Souza: I suoi genitori sono ancora insieme?
Ratsky: No. Mio padre non c’è più.
De Souza: E’ mancato da molto?
Ratsky: No, ha lasciato mia madre per un’altra donna. Una donna polacca discendente da una famiglia aristocratica scampata al comunismo.
De Souza: Ha ancora rapporti con suo padre?
Ratsky: Ci vediamo una volta all’anno. In Florida. Vive lì con la polacca e i figli che ha avuto da lei.

Scena 06 - ore 10.01

De Souza: Appurato che la separazione tra i suoi genitori non fu per lei traumatica, vorrei approfondire un aspetto particolare, ovvero quello della costituzione dell’ambiente famigliare.
Ratsky: Nel senso che erano tutte donne? 
De Souza: Proceda.
Ratsky: Mia madre aveva due sorelle. E io avevo quattro cugine, poco più grandi di me. Passavamo le estati nella casa sul lago.
De Souza: Eravate lei, sua madre, le due zie e le quattro cugine. C’era qualcun altro con voi?
Ratsky: Sì, mia nonna e la mia bis nonna.
De Souza: Nove donne ed un uomo. Come la faceva sentire questa situazione?
Ratsky: Molto a mio agio.
De Souza: Potrebbe spiegarmi questa affermazione?
Ratsky: Ero l’ometto di casa. Giocavo a pallone da solo. Fantasticavo. Facevo delle gare solitarie. Interpretavo vari personaggi, vari concorrenti. Gli davo i noi di filosofi greci. Li dividevo per scuole. Ma vincevano sempre Eraclito o Aristotele. Truccavo io stesso i miei giochi.
De Souza: E questo a che età avveniva?
Ratsky: Intorno ai dieci anni. Ho smesso di passare le estati sul lago a tredici anni. Facendo i conti: più di tre anni della mia vita. Si stava bene là.
De Souza: E dopo i tredici anni?
Ratsky: Ho viaggiato. Per mezzo mondo. Facevo soggiorni di studio. A vent’anni parlavo correttamente sette lingue.


Scena 07 - ore 10.27

De Souza: Non trova che il fatto di contestare l’autorità scolastica non fosse altro che il riflesso latente della contestazione dell’autorità paterna, una contestazione contro l’assenza della stessa? Lo schema potrebbe essere: mio padre è lontano, non ho un padre, non ho una guida, quindi tu scuola non permetterti di dirmi quando devo studiare o no, e soprattutto di darmi voti. Lei provocava l’autorità scolastica perché non poteva farlo con quella paterna, in quanto inesistente.
Ratsky: Potrebbe essere una lettura. Io a scuola mi annoiavo. Erano un branco di coglioni.
De Souza: Vorrei fare un passo indietro. Vorrei chiederle se in quei mesi passati nella casa sul lago non le capitò mai niente di anomalo. Che giochi faceva con le sue quattro cugine?
Ratsky: Come le accennavo, il più delle volte giocavo da solo. Ogni tanto mi travestivano.
De Souza: Mi sta dicendo che le facevano indossare abiti femminili?
Ratsky: Sì e mi truccavano.
De Souza: Sua madre, le sue zie o le sue nonne ne erano all’oscuro?
Ratsky: Sì.
De Souza: Le piaceva essere una bambina, anche solo per gioco?
Ratsky: Non le saprei rispondere. E’ un gioco che è durato un’ estate.
De Souza: Non ha mai più sentito il desiderio di indossare abiti da donna? Di cambiare sesso?
Ratsky: Assolutamente no. A me piacciono le donne. Tendenzialmente mature.


Scena 08 - ore 10.46

De Souza: E per lei fu traumatico?
Ratsky: Quella sera svenni per il dolore. Fu un dolore psichico immenso. Concentrato in pochi minuti.
De Souza: Cosa avrebbe fatto se il colpevole fosse stato ancora in vita?
Ratsky: L’avrei fatto a pezzi. Gli avrei reso il volto irriconoscibile.
De Souza: E la storia con quella ragazza proseguì?
Ratsky: Durò per qualche mese. Eravamo tutti e due troppo feriti.
De Souza: Lei ovviamente avrà sentito molto empatia per quella ragazza?
Ratsky: Sì. Dopo di lei non sono riuscito più ad amare una donna in quel modo.
De Souza: Si sente ancora con questa persona?
Ratsky: Sì.
De Souza: Pensa di desiderarla ancora?
Ratsky: Sì.
De Souza: E non fece più niente per riavvicinarsi?
Ratsky: No. Poi si è sposata. Vive in Canada ora.
De Sousa: Dopo quell’esperienza, qual è stato il suo atteggiamento verso l’amore?
Ratsky: L’amore? Le donne?
De Sousa: Vorrei mettere a fuoco cosa pensa lei dell’amore.
Ratsky: L’amore non esiste.
De Sousa: E perché secondo lei le persone stanno insieme? Si sposano, fanno figli?
Ratsky: Interesse, disperazione, terrore della solitudine, riproduzioni di schemi rassicuranti. Ma in verità non c’è niente. Solo una desolazione infinita.
De Sousa: Dunque lei sostiene che la maggior parte delle coppie sia una, come l’ha definita?
Ratsky: Desolazione infinita.
De Sousa: La sua, anche se estrema, è una tesi che non si allontana molto dalla realtà. Ma non pensa che ci sia anche un po’ di amore?
Ratsky: Mah, in definitiva no. Io credo che ci possa essere il rispetto, la stima, un interesse non interessato.
De Souza: Sua madre si è mai risposata?
Ratsky: No, l’ha fatto per me. Come uomo in casa le bastavo.

Scena 09 - 11.22

De Sousa: Ritengo che quei trascorsi abbiano avuto una notevole importanza nello sviluppo della sua personalità. In quelle estati con le sue cugine, a ridosso della pubertà, vi sono stati episodi sessuali?
Ratsky: Passavano da me.
De Sousa: Passavano da lei? Cosa mi vuol comunicare?
Ratsky: La prima volta volevano farlo con uomo gentile.
De Sousa: Mi sembra di capire che le sue quattro cugine abbiamo fatto sesso per la prima volta con lei. E’ conscio della sua ammissione?
Ratsky: Sì, perfettamente.
De Sousa: Oltre ad intuire che anche questi avvenimenti sono stati nascosti ai vostri genitori, vorrei chiederle come hanno agito sullo sviluppo della sua vita sessuale e di quella delle sue cugine.
Ratsky: Per quanto mi riguarda non ho avuto nessun problema. In tutto avrò avuto una quarantina di donne. Mi bastano ed avanzano. Non vado in cerca di donne. Quando arrivano, arrivano. Io non corro dietro a nessuno. Due mie cugine sono sposate con figli, un’altra è lesbica e l’ultima è morta a meno di vent’anni di overdose.
De Sousa: Lo sa che che la parola lesbica è offensiva?
Ratsky: Sì, ha ragione. Riformulo. Mia cugina si fa penetrare da grandi oggetti di plastica indossati da altre donne, per puro piacere.

Scena 10 - ore 11.41

De Sousa: Tra otto minuti la congederò per la pausa. Mi tengo due ore. Una per mangiare ed una per riordinare quando mi ha detto. Ho un programma che digitalizzando la voce, riconosce le parole e le batte automaticamente. Siamo riusciti ad abbozzare un quadro generale abbastanza esaustivo. Dalle due in poi analizzeremo alcuni temi cruciali, che qui non posso anticiparle. Ora vorrei chiederle come mai ha cambiato mestiere, passando dal giornalismo impegnato a quello molto più etereo dell’arte? Credo che per essere un artista visuale sia molto difficile affermarsi, a meno che non si faccia qualcosa di eclatante.
Ratsky: Ero stufo marcio del giornale, della redazione, di quei quattro falliti di colleghi. Volevo dedicarmi solo a quello che mi piaceva fare. Stare in giro, viaggiare, leggere, la musica, creare una nuova visione del mondo da condividere.
De Sousa: Capisco. Ma fare il giornalista non le piaceva? Era anche una firma conosciuta e rispettata. Ho letto qualche suo articolo. Mi ricordo il reportage sulle carceri.
Ratsky: Sì quello mi valse un premio, che però rifiutai. I premi sono una pagliacciata.
De Sousa: Non crede invece che un gruppo di persone, persone esperte e qualificate, abbiano voluto conferirle un attestato di stima per il suo lavoro? Vede quella bacheca? Sono alcuni dei premi che ho vinto in giro per il mondo.
Ratsky: Contento per lei dottore. Ha forse usato la parola sbagliata, il verbo sbagliato: vincere. Qui credo che stia la differente concezione che abbiamo dei premi e in definitiva della vita. I premi non si vincono, vengono assegnati.
De Sousa: Signor Ratsky mi ha colto in fallo. Ho un brutto difetto: sono molto orgoglioso. Credo fermamente nella competizione e nell’affermazione dell’uno sull’altro.
Ratsky: Io, vede, ho una visione quasi opposta. Ognuno vada per la propria strada. E dio per nessuno, visto che non c’è.

Scena 11 - ore 14.02

De Sousa: Signor Ratsky, vorrei ripartire proprio dalla sua ultima affermazione, prima della pausa. Lei ha dichiarato esplicitamente che dio non c’è. Ha voluto esprimermi in modo inequivocabile, il suo ateismo.
Ratsky: Forse non sono neanche ateo. Siete voi che date le etichette a tutto. Dio, la chiesa, la bibbia, le chiese, i matrimoni, i battesimi, credente, non credente, praticante, peccatore. Un mucchio di idiozie inutili.
De Sousa: Signor Ratsky. Nel mondo ci sono miliardi di individui che credono in dio. Come si pone di fronte ad un dato che è così netto e divergente dai suoi convincimenti?
Ratsky: A me va benissimo. Credano pure a quello che vogliono.
De Sousa: E lei liquida in questo modo la questione di dio.
Ratsky: Cosa vuole che le dica. Non mi interessa.
De Sousa: Quindi una volta morti, non c’è niente.
Ratsky: Guardi io non lo so. Vivi. Si vive qua per un po’, per un tempo a noi sconosciuto. Cerca di fare la tua vita. Di dare qualcosa, rispettare gli altri. Il resto non lo so e le ripeto che non mi interessa.
De Sousa: Possiamo quindi affermare che abbia una visione quasi animistica?
Ratsky: Dia lei le definizioni. Sa a che cosa credo? Agli spiriti.
De Sousa: Vediamo di chiarire.
Ratsky: Credo che l’energia psichica di certe persone morte rimanga in questo mondo.
De Sousa: Ma a questo punto sembra quasi contraddirsi.
Ratsky: Non posso dire con assoluta certezza se ci sia o no un mondo parallelo al nostro. Potrebbe essere. Ma mi sembra improbabile.
De Sousa: Interessante. Continui pure.
Ratsky:Sa la gente crede solo perché ha paura della morte. Ha paura di perdere i propri cari. Di sparire e non essere più ricordata. Queste sono tutte cose che non mi riguardano.
De Sousa: Lei non è spaventato dalla morte dei suoi cari, dalla sua morte?
Ratsky: Glielo ho spiegato. Si vive per un po’. Poi si muore. Basta.

Scena 12 - ore 14.57

Ratsky: Quelle cose non fanno per me. Se voglio smetto. Se no, no.
De Sousa: Devo dire che infatti lei lo fa perché lo vuole fare, non perché ne abbia bisogno. Questo non toglie il fatto che non deve mettersi al volante dopo aver assunto alcolici. Lo legge lo vieta ed è pericoloso per lei e per gli altri.
Ratsky: Ha ragione dottore. Lo so.
De Sousa: Ha intenzione di ridurre il consumo di alcolici in futuro?
Ratsky: Non lo so. 
De Sousa: Mi scusi ma questa risposta per me è irricevibile. Non posso accettarla.
Ratsky: Cosa devo dirle.
De Sousa: Qualcosa di preciso.
Ratsky: Del tipo che sono dispiaciuto?
De Sousa: No, niente affatto.
Ratsky: Ma chi è lei, il mio confessore?
De Sousa: Voglio che mi dica come affronterà il suo problema con il bere.
Ratsky: Affrontare?
De Sousa: Affrontare. Cosa vuole fare?
Ratksy: Sa cosa faccio? Appena arrivo a casa apro una birra e mi verso tre dita di whiskey.  Ecco cosa faccio.
De Sousa: Così non mi facilita le cose. Si rende conto che il mio parere potrebbe toglierle la patente per sempre?
Ratsky: Sì.
De Sousa: E allora cosa mi dice a riguardo?
Ratsky: Intendo ridurre il consumo di alcolici.
De Sousa: Lo dice seriamente? Ne è convinto?
Ratsky: Suppongo di sì.
De Sousa: Suppone? Signor Ratsky mi reputa leggero? Non sono credibile?
Ratsky: Se occorre entrerò in un programma di disintossicazione e riabilitazione.
De Sousa: Iniziamo a ragionare signor Ratsky, iniziamo a ragionare.

Scena 13 - ore 16.50

De Sousa: Signor Ratsky, sono quasi le cinque. Direi che sono riuscito ad avere un quadro soddisfacente per la formulazione del referto. Il suo è un caso complesso. Non le nascondo che sarei curioso di iniziare una vera terapia con lei. Sono stato alla sua mostra di Berna. Quei pannelloni all’entrata erano impressionanti. E devo ammetterle che come giornalista mi piaceva. Ho avuto altri clienti simili a lei. Ma lei ha delle aspetti che mi entusiasmano.
Ratsky: La ringrazio.
De Sousa: Ci sono alcune parti della sua vita che non sono state toccate.
Ratsky: Ho risposto alle sue domande.
De Sousa: Sì. Ed è stato anche aperto, esplicito.
Ratsky: Beh sa, parlare della propria vita in qualche ora non è facile.
De Sousa: Glielo concedo.
Ratsky: Pensa che rivedrò la mia patente?
De Sousa: Lo leggerà nel referto.
Ratsky: Sono le cinque. Abbiamo finito dunque.
De Sousa: Sì. Le mando il referto. Vada pure dalla signorina per liquidare la parcella.
Ratsky: La saluto. Buona serata.
De Sousa: Buona serata. Beva poco. E non si metta al volante dopo aver bevuto, se un giorno dovesse rimettersi a guidare.













lunedì, ottobre 13, 2014

Locale da Solo








Ti hanno tirata giù dal piedistallo
gioia cara al primo appuntamento
le prime cose che le ho detto

sto seduto qui
con tutto quello che accade fuori
la tv va avanti da 76 ore

ho pulito la tomba di mio padre
quando avevo vent’anni
usavamo scannarci

la seconda volta
che ho preso la nave
era veramente imbrattata

una notte
ho letto il messaggio
di una donna

voleva conoscermi
voleva vedermi
nessun più scuro locale da solo

ma non andò così
vedevo che stavo migliorando
la donna con cui sei stato l’altra notte.




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