domenica, settembre 18, 2011

Dioti



Vedo Berta dopo due libri pubblicati poco venduti e dopo che mi sono messo alle spalle anni di lavoro, di studio, di lettura,  di poca salute e di abituale aritmie cardiache, vedo Berta e adesso ho addosso altri quindici chili. Berta è una di quelle persone che puoi chiamare “una testa”. Fa la ricercatrice in campo scientifico, chimica farmaceutica, una cosa che ho sempre ritenuto inutile, dannosa, priva di alcun interesse per una persona che abbia la mia personale visione del mondo.
Ma questo non contraddice il fatto che sia stata l’unica donna che ha sempre saputo tenere alto il livello del discorso, tenermi testa, rispondermi, insultarmi, fare recriminazioni, ammonirmi e dirmi che forse non ero così intelligente come si credeva e che quando era troppo era troppo e che diventavo intollerabile, persino osceno.
La signorina Lukas non è una bella donna ed oltretutto si potrebbe dire di preciso che la sera sfortunata in cui sbaglia il trucco o la mise, possa risultare non piacevole alla vista.
Berta Lukas è una di quelle donne represse, rabbiose, che portano l’antico grido femminile di quella non grazia, di quel dono mancato da parte di madre natura, che lamentano di essere rimaste a mani vuote nel giorno del redde rationem. Credo che per quanto questa donna abbia sofferto per la mancata compiutezza estetica, non si sia mai uccisa consapevole della contropartita divina o casuale rappresentata dal brillante funzionamento del cervello.
Lei che si vestiva con calze a rate e le spaccava dopo i primi passi sopra traballanti tacchi neri e lucidi ma oramai era lontana da casa e non poteva cambiarsi, forse anche perché non ne aveva altre, avrebbe dovuto prendere quelle della sorellastra irrimediabilmente slanciata, magra di fianchi, con gambe da indossatrice, Diotina Lukas, più giovane, più bella, più vincente di lei, forse perché non aveva i soldi per comprarsi un altro paio di calze avendo speso tutto per le prime per uscire con me di nascosto da Diotina, perché avevo chiuso con Dioti e le sue enormi idiote bugie … spaccate le calze, Berta arrivava da me in lacrime, con un vistoso sbrego sulla coscia sinistra, muscolosa, robusta tanto diversa da quella setosa di Dioti.
Parlo di cose accadute dodici anni fa. Una malconcia sera per strada urlai a Berta di starmi lontano a vita, Berta stammi lontano a vita, minacciandola, disprezzandola, glielo dissi in un tempo di inutile avventure.
Era convinta, e non a torto, che volessi mettere la testa tra le gambe e non solo mettere la testa tra la gambe della sorella di Diotina, l’altra sorellastra di Berta, tanto per restare in famiglia tanto per proseguire nel solco dinastico.
La risposta di Berta fu rifarsi su Diotina, deridendola a modo suo, con scatti isterici di risa isteriche, dicendole che le avevo dimostrato in qualsiasi modo il mio amore, prendendola più volte al giorno, in qualsiasi parte di casa mia e persino di casa loro, di Berta, Diotina e Marta, alle volte sul letto di Berta altre su quello di Diotina e persino su quello minore delle tre, Marta, che le dicevo che era la mia puttana, che lei poteva prendere il mio affare nei vicoli di notte, che l’avevamo fatto nei bagni dei bar, nei musei, nelle stazioni, negli aeroporti, in piedi, di traverso, nella più fitta boscaglia …
Berta le aveva detto la sua verità, che come ogni verità personale è parzialmente vera, e per Diotina questo fu orribile, ma non quanto il venire a sapere che le mie mire oramai si riversavano su sua sorella Marta e che non mi sarei fermato, che avrei fatto peggio, avrei stravolto definitivamente, deturpato la finta aurea puritana della famiglia, di quella figliolanza femminile … fatto provato dai diari di Marta, allora sedicenne, la vera perla delle tre sorelle, la piccola e sorprendente Marta.
Berta aveva detto la verità e per entrambe questo fu orribile, non quanto mai il giorno in cui ricevettero la telefonata di Crista, la loro cugina, ragazza dagli intenti rivoluzionari, di tanto in tanto estremamente trasandata, con cui avevo costruito, nonostante la sua opposizione, una sincera e forte intesa intellettuale prima che fisica.
E’ stato il mio unico periodo della mia vita in cui ero veramente innamorato di quattro donne contemporaneamente e che contemporaneamente frequentavo più o meno segretamente, più o meno alla luce del sole.
Ciò poteva resistere grazie ai miei gusti eterogenei, alla loro diretta ed inesauribile soddisfazione, alla trasfigurazione ideale di queste quattro donne in altrettanti ideali di vita, alle volte ero padre, confidente, confessore, amico leale, compagno di passeggiate, svago prediletto, amante letterario, erotomane da collezione, alcune volte l’una e l’altra cosa insieme.
Nei fatti tutto era facilitato dal lavoro svolto dal padre delle tre sorelle e da quello dello zio: diplomatici. A casa non c’erano mai. La nonna era la precettrice delle quattro figliole e aveva grande rispetto per me, ammirazione anche se aveva capito che c’ero io di mezzo con le abitudini mutate di Marta e che ora Marta, la perla, non ricalcava più la parte della piccola ed ultima pietra sacrificale per le altre due ed eventualmente per la cugina.
Nella ottusa mentalità di mancata aristocratica questo fattore di cambiamento, questo moto, un progredire che poi significava solo vita, andava stroncato a favore del ripristino di quello che per un ventennio era stato il caro status quo. Purtroppo nell’incredulità generale, persino la mia, l’anziana signora venne colpita da un ictus cerebrale e chiuse i suoi giorni in una suntuosa casa di cura.

CRISTA
Crista Lukas, ventiquattrenne, donna ombrosa, dura, consolatrice, atea, rivoluzionaria, violenta, antidemocratica, accentratrice, studiosa di lingue antiche.
Crista è minuta, un metro e sessantaquattro e senza occhiali Crista non vive perché non vede ed inciampa e perde la sua verve autoritaria, il suo piglio guerresco esaltato dalla nobiltà della sua fronte sempre sgombra da capelli. Frequentava ancora la facoltà di lettere, era già entrata a far parte del corpo accademico, quando mi mando gambe all’aria.
Io ero al quarto anno di giurisprudenza e vivevo l’università solo come un posto di utilità, come una fabbrica. Andavo alla statale per sostenere gli esami, passarli e giungere verso una per niente agognata laurea, ma quando vidi per la seconda volta Crista Lukas dall’altra parte della coorte del chiostro, con abiti neri, i capelli tirati indietro alla perfezione, figurarsi che lo notavo da lontano, sapevo che avrebbe fatto parte della mia vita. In qualsiasi posto si trovasse gesticolava minutamente come a voler sottendere a grandi concetti, modo tipico di Crista, con concentrate movenze dei gomiti morbidi, creandosi una propria bolla di declamazione, diceva sempre “lasciami il mio spazio per declamare” allora Crista partiva a parlare delle varie rivoluzioni studentesche nel corso dei secoli e del rilievo dell’apporto di queste nell’ambito della storia dell’Occidente, suo grande cruccio, l’Occidente, suo dilemma, suo personale naufragio, perché l’Occidente era “l’innesto migliore che la storia fosse stata in grado di fare, la fusione della cultura giudaico-ellenica-romana-germanica, quale àncora, poi abbiamo partorito l’America guardandola con disprezzo” citando un chansonnier italiano, Crista con i capelli biondi tinti, alcune volte con il cerchietto nero, si truccava poco Crista Lukas che in questi anni ha avuto un bambino che è morto poco dopo il parto e che è rimasta incinta una seconda volta, abortendo tragicamente in un bagno di un’area di sosta sull’autostrada, poi salvata da un camionista, altrimenti ne sarebbe uscita dissanguata, esanime nel vero senso della parola, travolta da un aborto volontario in quarta corsia.

MARTA
“Che ore sono?”
“ […]”
“Lo guardo io. Le due e quaranta. A che ora siamo andati a letto?”
“Cambia molto? Non ne ho idea.”
“Il sabato non riusciamo mai a dormire.”
“Puttana di quella troia. Chissà come stanno.”
“Chi?”
“L’umanità in genere, senza alcun tipo di specificazione.”
“Adesso manca solo che spieghi la tua idea di letteratura alle tre di notte. Perfetto. Anzi parlami del tuo manifesto d’ottobre, dei tuoi testi per un teatro della parola, il tutto per sei, sette ore e dopo di che mi salti addosso. Tu o mi derubi o ti addormenti.”
“Che bel quadretto. Grazie brutta stronza. Potrei ammazzarti per aver detto la verità. Lo sai vero quanti innocenti sono morti per aver detto la verità.”
“Ci alziamo. Mangiamo? Sono le tre e dieci.”
“Ora eccezionale per confidare le nostre voglie.”
“Sì, quelle più segrete, inconfessabili, torbide, nascoste etc. etc. … Basta che non mi dici che domani dobbiamo andare a mangiare dai tuoi.”
“Dirò che sei stata male. La solita vecchia e cara crisi respiratoria di Marta Lukas. Dove vai?”
“In bagno cristo. Dove vuoi che vada.”
“Promettimi che non ti perderai.”
“No. Ti amo.”
“Anch’io ti amo, Marta.”

DIOTINA
Dico subito che a Diotina ho dedicato i miei due poco fortunati libri. Dico subito che l’ho fatto più che per una forma di rispetto, direi per una di amore espressivo. E voglio chiarire che Diotina ha fatto la sola cosa giusta andando a vivere all’estero lasciando poche tracce di sé. L’ho portata io alla frontiera ed è per questo che lo so ed è uno dei motivi per cui Berta Lukas ha tentato di accoltellarmi in una notte di dicembre a Berlino, l’anno scorso, atto per cui sta scontato un periodo tra le mura.
Non so dire dove Dioti sia adesso, tanto meno con chi, cosa stia facendo. So che quando mi viene in mente, ogni volta che vedo e parlo con sua sorella, mia moglie, vedo lei, lei con la nostra bambina, mia e di Diotina. Un fotografo di origini libanesi ha chiamato a casa mia forse per ringraziarmi dei miei libri che gli ho inviato per contraccambiare alle sue pubblicazioni fotografiche  sul Medio Oriente che da sette anni a questa parte mi spedisce di continuo. Purtroppo ha risposto Marta e lui ha riattaccato.
Poi ha richiamato e ci ho parlato e mi ha detto che mia figlia sta bene, Rubina sta bene. Mi ha chiesto perché non raggiungo Diotina e Rubina, mia figlia e sua madre, ma gli ho ricordato il patto tra me e Dioti.
E lui ha continuato. Dai vieni con Marta. Non possono stare separate a vita. Tu devi farlo e lo sai.
Gli ho intimato di parlare d’altro e lui mi ha chiesto come andasse la ferita della pazza, Berta.
Mi ha anche raccontato di aver incontrato Crista in un a conferenza a Vienna sulla rivitalizzazione dell’esperanto e che era piuttosto andata dopo aver bevuto mezza bottiglia di vodka.
Tipico di Crista Joe, ho commentato.
Ci siamo salutati.
Marta stava lì a squadrarmi con uno sguardo di furore e di condanna.
Portami da loro, domani. Fatti dire dove sono dal tuo amico fotografo. Richiamalo subito. Portami da loro, domani.
L’ho richiamato.
Joe sono ancora io, facciamolo.


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