sabato, settembre 17, 2011

Frank Barami


E’ un controsenso … prendere un aereo della linea di bandiera portoghese fare scalo a Lisbona e arrivare al JFK per poi andare a Brooklyn per intervistare lui, l’uomo, Frank Barami in questa situazione con il mio registratore portatile, la macchina fotografica e diciassette rullini di pellicola in bianco e nero, nove moleskine formato piccolo e intermedio, un centinaio di cd, i miei libri sulla nuova poesia americana, un volume critico su Dylan, non posso far altro che pensare a quell’impostore con la barba, convinto di essere la reincarnazione di Dostoeveskij, il Rasputin dell’editoria del XXI secolo che mi disse “[…] l’avrei voluto pubblicare io l’Isaia Blues, un libro straordinario, denso, innovatore, pieno di vita, immaginifico, forse il libro che non sarò mai capace di scrivere … ah” e ci credo brutto vecchio bastardo, ma non gli voglio male al mio editore, è solo un altro oppositore … andare da un uomo che ha passato gran parte della sua vita tra Roma e Milano, ma ora si trova a Brooklyn, lui quando deve stare a New York può solo essere a Brooklyn, devo atterrare nella terra americana sotto i migliori auspici del caso si spera, sfuggire alla solita routine della mia vita, il giornale, le matite, le macchine da scrivere da comprare dal rigattiere di piazza Schumann, i bar, il Nidaba, le domeniche nei teatri, i sabati a riprendere i Karamazov, ma quell’impostore sempre buono a prendere i soldi, uno dei massimi esponenti dell’editoria a pagamento che si finge un mecenate, un santone … è arrivata la telefonata per andare a sentire cos’ha da dire Frank Barami che a differenza di Rothko non si è ucciso tagliandosi le vene in cucina.

F. Barami, uomo sulla cinquantina, oltremodo grassoccio, barba, occhi grandi e nascosti ma non più del naso piccolo e schiacciato come una prugna della California, questo il profilo di F. Barami, il pittore tanto celebre negli anni Ottanta, quando ancora appariva magro, scarno, elegante, con strabordanti basette portate fino alla spigolosa mascella e capelli sulle spalle, adesso, in questa foto tra le mie mani che risale al 1987 ai tempi della sua prima ed ultima personale al Whitney, F. Barami sta in piedi guardando un’immensa tela rosso sangue di Marcus Rothkowitz, conosciuto al secolo come Mark Rothko, colui che ha dato un senso alla sua vita.
F. Barami è diventato famoso, o meglio, è passato alla storia, ha attraversato diversi paesi non senza lasciare traccia, facendo rimbalzare il suo volto, il suo nome e le sue opere sulle pagine di cronaca pittorico-artistica dei giornali di mezzo  mondo, prima del 1987, annus horribilis, se leggevi Warhol, Basquiat, dovevi per forza trovare sotto o di seguito una effe maiuscola puntata e poi le tre sillabe BA-RA-MI, e allora lo ricollegavi a quell’uomo spuntato dal nulla e che a malapena aveva frequentato in modo saltuario e discontinuo un numero imprecisato di accademie di belle arti, che nell’ottantaquattro, anno orwelliano, fece scoppiare una querelle diplomatica tra l’ambasciata italiana e quella statunitense a causa di una delle sue opere esposte alla Biennale di Venezia dove F. Barami con la sua solita disinvoltura dichiarava l’Italia schiava degli Stati Uniti d’America.
Nel suo nome e cognome, nella sua identità portava la verità della sua famiglia – origine iraniana, emigrati nel nord d’Italia sul finire dell’Ottocento, cambiatosi il cognome da Bharami in Barami, via quell’acca iraniana diceva il nonno, di nuovo emigrati in un nuovo Paese, l’America, a seguito delle leggi razziali del ’38, leggi italiane e fasciste a tutela e a difesa dell’italica razza, costretti ad emigrare a causa del nomi e dei tratti somatici e del colore della carnagione, che nella violenta ignoranza dei funzionari del fascio costituivano elementi di comunanza con la fatidica stirpe europea.
Quando guardavi la corporatura, il portamento e il naso vago in mezzo a quei due occhi monumentali, persianamente monumentali, e lo guardavi anche in una foto di anni addietro, come sto facendo io adesso, visto che tra poco dovrei incontrarlo dopo anni che non rilascia un’intervista, capisci che Frank Barami ha vissuto la sua vita e che è passato per le difficoltà comuni del mondo.
F. Barami il pittore, lo scultore, lo sceneggiatore, compagno di cella di Charles Bukowski, amico di George Harrison e nemico giurato di Andy Warhol che lui volutamente, l’arrogante F. Barami, storpiava in Handy Whore-Hole, varie laure honoris causa, architettura, filosofia, lettere, scienze politiche, quel F. Barami fotografato con David Bowie, Mick Jagger e Grace Jones, sua amante, Nelson Mandela, eticchettato di essere comunista, anarchico insurrezionali sta, idolo dell’elettorato della sinistra italiana dopo la sua esternazione a Venezia, F. Barami l’uomo che divide, suonatore di strumenti a corde, a fiato, improvvisatore di painoforte, amante delle percussioni, esperto di musica ai massimi livelli.
Arrivato a Brooklyn trovo il mio albergo sulla Quinta Avenue e Brooklyn mi sembra il negativo europeo di Manhattan, ma tutte le impressioni non contano dato che sto ancora pensando al mio nemico, il Grande Inquisitore dell’editoria e a quel monumento decaduto che è Frank Barami. Certo questo non posso dirglielo in faccia.
L’appuntamento è al Quarter, bel bar tra la Quinta Ave e la Ventesima, e un ingombrante giaccone di velluto copre la schiena del mio uomo (è lui, l’ho visto già da fuori).
"Immagino che lei sia qui per la famosa intervista. Gliela rilascio con piacere. Mi sembra un tipo gentile, colto. Cosa le interessa di più, il taccuino o il bicchiere? Le ho ordinato una Miller Lite e uno shot di bourbon. Gradisce? Cosa ne dice se parlo solo io per un’ora intera? Ma non risponda. Ora parlo io. Ci faccia quello che vuole delle mie parole, ci sguazzi."
F. Barami nella barba avvolgente, nel suo ripetitivo modo di toccarsela, da tutto si capiva che di donne ne aveva avute , ma che per lui, la “sua primavera”, la “sua sonata”, la “sua completa e stabile sinfonia” non era mai arrivata o forse c’era stata ma non c’era più niente da fare e mi diceva parlando di esserci stato nei migliori decenni del Novecento, forse i migliori decenni che la stessa umanità avesse mai sognato di poter avere.
"La fine della guerra, la cortina di ferro sull’Europa, la potenza americana, la protesta studentesca, il rock, il mio amico Gregory Corso, tutta quella letteratura, quella pittura, il cinema, la fotografia, tutte cose che orami sembrano svanite" … “Cosa mai significano questi anni Novanta! Niente di niente, un benemerito e assoluto niente! Mi creda!” diceva intingendo i denti, la bocca, la lingua nel bagno del Laphroaig doppio … “Lei dovrebbe farmi la sua intervista” squadrandomi prima il naso e poi le mani che tenevano la bottiglia di birra sorretta a metà del mio petto.
“Senta un po’, Signor Durlov, mi perdoni il nome inventato, così al momento” ecco F. Barami il demiurgo della cartapesta, Durlov, ma che nome era mai, Durlov, mi avesse almeno chiamato Bloom.
“Mi sono sempre divertito ad affibbiare nomi, nomi esilaranti, a chi mi capita sottotiro, credo che lei conosca la storia di quello dato a Andy, Handy Whore-Hole, per non parlare di quelli che davo ai galleresti, ai critici” l’inopportuno F. Barami ossessionato dall’ironia sempre e comunque “Comunque, caro signor Durlov” adesso ero diventato anche caro oltre che Durlov.
Mentre procedeva nel suo dispiegamento di parole ed in un certo senso sembrava stesse oracolando, la maggior parte del tempo si limitava ad alcune ripetitive smorfie facciali che non vale la pena descrivere, poi senza motivazione alcuna, nel mezzo di un verbo scattava con movimenti di braccia che piegavano lo spazio davanti a lui, tirava pugni sul tavolo facendo ribaltare la vaschetta delle noccioline o delle olive, intervenendo immediatamente se queste ruzzolavano sul pavimento.
“Di questo voglio parlare, signor Barami, delle sue donne”
“Potrei non essere disponibile al momento su questo preciso argomento”
“Pochi scherzi, vuole che dica ad alta voce all’intero bar quanto si prende per l’intervista? Lo sa che la sua retrospettiva dipende anche da quello che scriverò nel mio articolo. Fai il bravo, campione.”
“Lei è insidioso, ma determinato. Cosa vuole sapere, il nostro Mailer?”
“Voglio sapere perché negli ultimi anni non si hanno più notizie di lei e perché non si vede più una sua opera in giro, tranne quelle che ogni morte di papa vengono battute all’asta, perché un uomo riesca a passare da essere uno dei nomi dell’arte mondiale …”
Barami fece gesto di interrompermi.
“Finisca di bere. Dopo la ospito a casa mia”.



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