domenica, settembre 25, 2011

La dignità di un uomo


La dignità di un uomo, la sua compostezza o il suo stare al mondo possono essere talmente radicati che singole e solitarie situazioni possono confermarli o demolirli … basta una parola che viene dall’esterno e che voglia rimanere parte di noi per affiancarci come compagna mentre queste mezze pastiglie, umide, rotte, screpolate, aggrottate, fredde sulla mia fronte, mi sono perso l’anima l’ultimo venerdì la voce dalla radio dice, queste pastiglie che sono dei dolci sfatti per la festa per quelle cerimonie allestite in onore della prostrazione di un destino comune sui cui non si riesce a porre il dominio.
Di nuovo queste pastiglie di cerone con la loro immancabile pellicola che riflette tra la polvere, vedremo cosa si può ben fare, anche stavolta, ah mia cara consolazione, prenderti in disparte, miseramente davanti agli altri, nei momenti in cui ci incontriamo e ci diciamo ‘che sia lungo il canale o lungo la costa o solamente lungo la via’, devi andare bene a me per le pazze gioie, ma poi viene la preparazione delle battute e prima ancora la meditazione ancestrale quindi la scrittura,  e poi con la volontà della strada si compongono, tra soddisfazioni, accenti strabilianti ed espressioni che diano un nuovo corso alla storia.
A fine spettacolo, quando ho solo voglia di bere, risento le mancate domande del pubblico.
Da quanti anni fa questo lavoro. Allora. Ha una famiglia. Come si sta in un camerino di un circo. Che rapporto ha con le bestie. E’ pacifista. Si guadagna bene. E’ un a vita d’agio. Quanti numeri ha fatto nella sua carriera. Sa suonare qualche strumento. A che età ha iniziato. Pensa che la pensione sia il prossimo passo. Quante ore prova al giorno. E alla settimana. Ma lei è sicuro di quanto fa. Come chiude la serata uno come lei.
Domande intelligenti, di spirito direi, a voler dir bene, ben accettate dalla mia vocazione, vista la mia inclinazione ad inscenare, tanto più che mi viene normale pensare adesso a quella bolla chiamata passato, per quell’uno o quell’altro fatto, distinguere le cose buone o quelle andate bene da quelle cattive, andate male. La mia condizione è quella di un uomo seduto, fermo, pensante che beve il suo bicchiere di roba e con le ultime tre dita della mano sinistra affondo la mia riconoscenza, la mia perplessità verso il livore dei contorni del mio volto sporcati da questo specchio.
Quello che più avverto negli ultimi anni sono le colorazioni della notte quando costringe un vento incatenato che viene dalla ferrovia a sbattere sulle persiane dei condomini popolari, mi sono inoltrato nelle colorazioni imbronciate delle notte, nel suo assente e dubbioso sapere, inghiottita dalle cadenti paludi delle palpebre, dagli zigomi fiaccati, guance mal rasate persistono sul mio profilo come tracce di un incendio inopportuno.
In alcune ore di buio di un cielo che si vorrebbe vedere, si addensano riflessi dell’attività umana di questo mondo illuminati dalla corrente elettrica deviata nelle strade e divampata in attimi nei caseggiati tumulati di mattoni, il quieto vivere nei retrobottega perfino nei sottoscala in affitto, la vita allegra nei gabinetti pubblici perfino nei confessionali disabitati.
E’ da tempo che la mia malmenata percezione visiva e così il mio fisico e il mio stato mentale sono interessati a quell’impasto di pigmento accasciato sul fondo della tinozza notturna.
Ma veniamo a noi, quella parte di noi raccontabile, quella parte che un conoscente qualsiasi accetterebbe e non esaminerebbe con esagerata recrudescenza, con alterato sospetto, con un ingrato ed inaspettato senso etico del dovere verso gli altri, i morbosi, gli afflitti, gli umiliati, i vincenti puri ed indifendibili quando si attardano in un posto qualsiasi  per estraniarsi ed accettare loro stessi.
La mia infanzia è stata la più felice fioritura della critica della ragione, la più seminata e continuativa divulgazione di volumi storici, filosofici, letterari, antropologici, filologici, sociologici, la mia infanzia a quarantasei anni di distanza, ora che posso qualificare quella distanza e quantificarla tra le mie delusioni apparse sulla mia pelle.
La danza dei cavalieri a cui mia moglie ha sacrificato l’esistenza e la sua immatura maternità, il movimento continuo del suo concepimento quanto mi ricordava mia madre con la sua irripercorribile femminilità con quella compagnia di compositori, pianisti, pittori e dio mio, scrittori russi che aveva in bocca, aveva sempre in testa … sulle cui parole mio padre morì con il cappotto del nonno ed il cappello della nonna, morendo, terminando fatalmente.
Al mio primo maestro di pianoforte dissi se ne vada non studierò mai le sue righe parallele, tantomeno quelle staffe, quegl’abortiti tentativi di dieresi, quelle ciglia frantumate su un foglio, quella letteratura a servizio di una spietata algebra del sentore, dell’ispirazione al dramma, vada via con le sue incontestabili partiture sul vivere e non cada nel solito caso del cattivo allievo.
Per prime le ballate di Chopin, odiavo la parola romanticismo, avevo nove anni, ma faceva sognare ripetere mazurca e mi ridussi ad un invalido del mondo della musica, un ritardato della partitura, un convalescente da quel tipo di isterismo che conduce all’incapacità dei migliori talenti, frequentando senza alcun senso la scuola e degli altri volevo farne un a polpa, mi dicevo domina i dominabili, gente già segnata, già finita appena adolescente … sempre il mondo diviso tra dormienti e saggi, un quid di materia cerebrale in più, o diversa. Non era tanto che mi ero dato a quell’espressione sul viso, elaborata o causata che fosse, cadente od accettata, tirannica o democratica, capitata e studiata, davanti al nome di mia madre su una lastra di pietra incasellata al cimitero comunale della città.
Un essere umano una luce interrogatrice, mamma voleva che fosse scolpito nella pietra, ma pensavo la stessa cosa quando veniva giù per le scale con i capelli ricci papà sta scrivendo, andiamo mamma, andiamo giù, nascondevo il bicchiere e l’aspettavo, sputando nel lavandino, risciacquandomi la bocca con quello che capitava, lurido e mentitore, lurido e simulatore fino alla fine, papà! scendeva e chiedeva, chiedeva che le raccontassi una storia.
Da quelle scale al parlare della morte, sentirsi gli unici interpreti e sacerdoti del corso della giornata, era lo stare sulla terra, prima che con quello sbuffo precipitasse e chiamarla Rose, Rosie o addirittura la Nostra Nona Rosa, non poteva salvarla, uno sbuffo di dio la sollevò e la fece crollare e non si può stare in piedi per un dio del genere, un mauvais démiurge.
Quando Rosie veniva ad aprirci la porta, dopo le nostre discussioni, il nostro stare insieme, ci saltava addosso e tutto si poteva ridurre a quello, con l’aria piena, e poi mettevamo su Fat City di Huston e sul divano mi dicevi hai i vestiti sporchi, mettili a lavare.
Spregiudicato, cattivo, idiota, dopo Rose ti sei ridotto così, ma non vedi che tremi tutto, un insetto acculturato, uno spiantato di un clown, un emerito coglione e già sono delicata se proprio vuoi saperlo, ma prima di quello leggevamo la cronaca nera nella notte negra e nuda ed allora mettevamo giù fantasie sulle vite degli assassinati – dei trovati morti in poche parole dicevi o come viene più comunemente detto da più secoli, di sicuro in svariate regioni del mondo - e sugli assassini, e finiva a letto con la testa tra le tue gambe e mi sentivo uomo fino in fondo, mi dicevi di abbassare Lay lady lay, ma ne avevo bisogno e tacevo tra le tue gambe, e dopo ancora le canzoni d’amore ed odio di Cohen, ti piegavi su quel mastodontico volume comprato per radio, mentre io dormivo vicino alla piccola Rosie con Masqualero, quella summa dell’opera shakespeariana, quell’immenso truffatore, io considero il mondo per quello che è un palcoscenico dove ognuno deve recitare la propria parte, palle bastardo, nella bibbia va scritto il ladro dovrà pagare l’indennizzo; se non avrà di che pagare sarà venduto in compenso dell’oggetto rubato, ecco una sacrosanta verità, sarò venduto a causa del mio talento inesistente altro che il mondo un palcoscenico, non hai fatto altro che alimentare la mia disperazione molesto ingannatore, ma quando uno crede nei testi teatrali è difficile da fermare, da mettere al torchio.
Ci pregava di considerarla un estranea, una di passaggio, perché la sua vita era fuori da quella casa e oltre noi, lontano dai nostri rovinati ed abusati oggetti e aggeggi, un’aria sconsolata, muta con la bocca, seduta al tavolo della cucina e tu le davi addosso, basta farti del male, basta prendere quel veleno, riversavi su di lei, già fragile, la tua bava mentale e mi tiravi dietro quello che ti capitava sotto tiro quando la chiamavo la mia piccola Cosette, per te i personaggi dei libri devono essere il nostro riferimento esistenziale eh pazzoide mi urlavi, smettila con le tue idee blateranti, con le tue assurde costruzioni letterarie, vedi dove ci hai trascinato, e mi prendevi a pugni sul petto chiedendo perché perché dio mio che cosa possiamo fare dio mio ci sta morendo tra le braccia e io ti dicevo lo so, vedrai che capirà, parlale parlale continuavi, se ascolta qualcuno, anche in minima parte, quello sei tu.
Mi ero ripromesso di parlarle la sera stessa, prima che arrivasse il terzo canto del gallo, prima dell’inizio di un’agonia incontrastabile e definitiva. Non feci a tempo.
In questa stagione gli animali offesi non andranno a nascondersi in qualche rifugio della foresta urbana.
Stasera farò uno dei miei ultimi numeri e poi tornerò dalla madre di Rosie, Alva.

Nessun commento:

Posta un commento