sabato, gennaio 10, 2015

R - 61






Alla chiesa ci siamo arrivati per pura fortuna. La strada curvava e il cartello ci ringraziava per aver visitato il Mississippi dicendoci addio. Dietro a quella piantagione densa e senza ritegno, dal finestrino ho visto un tetto con delle assi grigio chiaro. Avevo visto qualcosa ed era la chiesa che cercavamo. Durante il giorno aveva piovuto e l'ennesimo uragano era a poco meno di una settimana. La madre voleva che le sue ceneri fossero interrate lì. Non c’erano sentieri per raggiungere la chiesa, così l’unico modo è stato fermare la macchina al lato della 61 e scendere giù per un piccolo dirupo di erba e sterpaglie, inoltrarsi e penetrare l’interno selvaggio. Si sentiva un odore di qualcosa misto a terra. Lei mi disse, oggi c’è un po’ di vento e quello che senti sono le paludi. Lo sapevo ma lei voleva che fosse rimarcato, chiaro tra di noi, voleva che la sua voce rimanesse nell'aria. La natura non mi ha mai impressionato con le sue forme, le sue sostanze. La natura è l’opposto dell’uomo: ci ha flagellato per milioni di anni. L’uomo è fatto per le città e gli uomini sono le città. Facevo strada, aprendo il passaggio con un ramo spezzato che avevo raccolto. Cercavo di giustificare quello che stavo facendo. In fin dei conti era solo una sana idiozia pomeridiana per una donna che avevo amato. Mi vergognai per aver formulato una tale banalità: stavo invecchiando e perdendo la mia nervosa lucidità, la mia universale interpretazione del mondo. Durante quel quarto d’ora nella giunga creola, non abbiamo parlato. La chiesa che stavamo cercando era una capanna bruciata anni prima, stata chiesa metodista, diventata un riparo per gente di qualsiasi tipo. Solo un altro luogo dimenticato da dio. Rispose che dio da quelle parti oltre ad non essere mai passato, di sicuro non era mai esistito. La gente si illudeva che esistesse ancora qualcosa. Le vite e i fatti dimostrarono che lì, c’erano solo due cose: gli uomini e la natura. Ed erano due cose contrapposte, gli uni all’altra. La chiesa abbandonata aveva una delle pareti ancora su. Si leggevano scritte di date e nomi. Di sicuro persone passate e davanti avevamo delle specie di giacigli, una lettiga marcia, un piccolo cucinino carbonizzato, scheletri di animali e segni di sacrifici satanici, addirittura un cranio frantumato di un essere umano, asciugamani, anneriti, lenzuola bucate, bottiglie lanciate, siringhe condivise. Ben chiaro dove eravamo, il simulacro della follia o il canto del gallo predatore. L’uomo disperso ai confini delle terre gonfie di paludi, strade di cemento e ciminiere di industrie defunte a metà degli anni Settanta, tutte cose che stavano per la crisi petrolifera e le vene delle persone imbottite di eroina. La cosa la turbò ed iniziò a piangere, ansimare. Mi disse andiamo via di qui. Non metto mia madre in questo posto. Facemmo il percorso inverso verso la macchina. Cosa vuoi fare, mi venne da chiederle dopo venti miglia di strada. La mettiamo nell’acqua. Quello era il suo modo per dirmi che l’avremmo buttata l’indomani nel fiume, lontani dalla natura, in città.










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