sabato, agosto 10, 2013

Il senso delle carni




Quando l’ho incontrata, o meglio la prima volta che mi sono veramente reso conto di lei – era la quarta volta credo che la vedevo, aveva dei capelli neri lunghi fino al sedere al modo di Donna Jean Godchaux, e poco dopo la fine dei capelli sbucava una copia tascabile di Naked Lunch di Burroughs.
Allora mi era venuto subito in mente un film di seconda categoria degli anni Settanta con Robert Redford la cui trama si imperniava su polverosi ed inutili gare di motociclette su sterrato in quel della California.
Alla fine del film ti rimangono impressi gli occhiali di Redford - a goccia con lenti gialle, e quella copia sempre gialla di Naked Lunch che spunta dalla tasca sinistra del sedere di attillati blue-jeans a zampa, dalla vita bassa, indossati dalla protagonista femminile di cui non ricordo il nome.
Avevo ventitre anni e da lì a breve sarei già stato sposato e  padre di un bambino di qualche mese. Almeno questo era quello che gli astri, se si guardavo in cielo, sembravano preconizzare.
La mia compagna si era dimenticata di assumere l’anticoncezionale e bam!, eccoci.
Quando me l’aveva detto al telefono, ero in un corridoio dell’università e stravo entrando in aula per una lezione.
Rabbia, angoscia, oppressione, ingiustizia, delusione, disgrazia.
Un’altra parola iniziava ad impregnare la mia corteccia cerebrale e a defluire nel mio sistema nervoso e a scendere e a correre in tutto il mio corpo: aborto.
La mia reazione al telefono fu violenta, con quel tipo di violenza verbale che io so adottare in certe situazioni. E’ una violenza che rimane impressa e sconvolge, disorienta e svuota, di solito, il mio interlocutore.
Le cose tra di noi rovinavano già da mesi e lei se ne venne fuori con questa notizia.
Dopo averle messo giù, chiedendole un po’ di tempo, il che voleva dire andare al bar a sedermi e farmi diverse birre e altro, per fortuna erano già le sette di sera, e il giorno dopo era sabato, e mentre ero al bancone al secondo giro ed avevo già chiamato la mia compagna per dirle che avremmo dovuto riflettere bene perché qualsiasi fosse stata la decisione presa quella avrebbe cambiato tutto, ho visto Aline.
Aveva una maglietta fucsia, con un importante squarcio sulla schiena, cosa che notai in un secondo, un terzo momento, a causa della lunghezza dei capelli ed avevo una gran voglia di parlarle.
Un’altra parola, dopo quella di ore prima [… aborto …] spingeva nella testa e batteva sulla lingua: abisso.
Intanto continuavo a guardarla mentre discuteva con quella che credo fosse poco più che una conoscente, perché per essere un’amica avrebbe avuto un eccessivo distacco o forse il suo stare al mondo era condizionato da una raffinatezza di matrice intellettuale che la portava ad atteggiamenti del genere, perennemente affettati nelle movenze e nel linguaggio, immagino, una presa di posizione di enorme distacco dal mondo e dai suoi abitanti, una dichiarazione universale della sua prospettiva visiva.
Stava bevendo un cocktail rossastro: negroni o spritz, viste le venature arancioni.
Tanto ghiaccio, una cannuccia ed una carnosa e sugosa fetta d’arancia, che galleggiava in verticale, affogata tra cubetti di ghiaccio scavati ed appiccicata al bordo del bicchiere sagomato.
Consumare quel drink denotava una certa sua tendenza al conformarsi, consapevole o meno, a quello che la tendenza general-consumistica dettava in quel periodo e questo stonava con quanto detto prima, la mia prima impressione su di lei, l’impressione madre, non mi piaceva, ma come dice il detto popolare “non si può avere tutto nella vita”. Pessima citazione.
Dopo rabbia, angoscia, oppressione, ingiustizia, delusione, disgrazia, abisso e aborto, era il tempo di una svolta.
L’amica era uscita a fumare.
Mi sono alzato e sono andato a parlarle.
Non ho potuto evitare di notare Naked Lunch.
Oh bene, mi fa davvero piacere. E’così che abbordi le donne? O sai fare di meglio? Tutto qua?
Ho guardato a lungo i tuoi capelli, la tua schiena, la tua maglietta, le tue movenze, ho sentito come pronunci le parole ed ho visto come muovi le labbra e come tieni in mano un drink.
Scarsi progressi. Puoi fare di meglio. O no?
Non so … Vuoi un numero da clown? Vuoi che ti offra un altro giro? Vuoi andare da qualche parte?
Guarda i drink di solito le offrono alle battone. Sarebbe bello andare in giro mentre tu fai numeri da clown in continuazione. Potrei trovare una scusa con la mia amica.
Trovala.
Tu torna al tuo posto. Fatti trovare pronto tra cinque minuti.
Così fece. Disse all’amica che voleva stare un po’ da sola.
Quando quella fu andata, mi fece un gesto ed uscimmo.
Mi chiese “dove andiamo”.
Iniziamo a camminare.
Ho una gran voglia di fare tardi.
Domani è sabato pensai e dovevo solo decidere quale era la mia posizione sul mio futuro figlio: diniego, non-vita vs accettazione, pro-vita.
Nei mesi successivi, come si può presumere, la mia vita cambiò.
Qualche giorno dopo la verità sulla mia prossima paternità crollò. La notizia era falsa.
Lei, la mia compagna, si era sbagliata.
Comunque sarebbe stata risoluta verso l’aborto.
Bene, le dissi. E dopo quest’ultima affermazione direi che la nostra corsa termina qui, non trovi?
Lei, disse solo “sì” e un “mi dispiace”, mi dispiace moltissimo, è andato tutto storto tra noi, non l’avrei mai detto.
Neanche io. Ti sarò sempre legato.
Anche io. Sei stato il mio primo uomo, nel senso di uomo vero e di quell’altro senso.
Lo so, il senso delle carni.
Immediatamente dopo chiamai Aline.
Ti passo a prendere.








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