venerdì, febbraio 03, 2017

8, Rivisto









Ciò che è percorso non lo si sta percorrendo.
Ciò che non è percorso non lo si sta percorrendo.
Privo di ciò che è percorso e non percorso,
non vediamo nessun cammino che si stia percorrendo.


MADHYAMAKA KĀRIKĀ

STANZE DEL CAMMINO DI MEZZO








La ragione di tutto questo, delle parole dette e dei fatti accaduti, stanno su questo tavolo. Lorena guarda se stessa, guarda un suo braccio malandato e il palmo della mano. Lividi sulla pelle, contrazioni in volto. Lorena ha ventinove anni, ma potrebbe averne molti di più, come molti di meno. Le sue dita si sono fatte più ossute, più gonfie, in modo indistinto, senza seguire alcuna legge logica, biologica o se vogliamo, il destino di una donna della sua età. Forse la costrizione dei vasi sanguigni a causa della pressione degli anelli. La sua posizione davanti a me è di tre quarti e guarda svogliata un poster di Bob Dylan del 1975, anno in cui molti sono nati e morti. Cose che succedono, cose che capitano da sempre. Poi si sofferma su alcune mie foto che sporcano la parete bianca della cucina con macchie nerastre, gonfia le guance, muove la mandibola e fissa la bottiglia di Stolichnaya Blue, 50 gradi. Tutti sono così impegnati a guardarsi in giro, per le strade, nella vita di tutti i giorni. Non ci sono più comandamenti validi. Lorena muove sola il piede sinistro, lo trascina in avanti e lo ferma, abbandonato. Prende un mio taccuino ed ad alta voce dice “le stagioni dell’imprudenza o gli anni dell’imprudenza”. Perché scrivi ancora queste cose. Dopo tutto questo tempo, continui. Ti ostini. Lo so che mi disprezzi. Sei sempre stato sullo scranno a guardare la povera bimba persa che si dispera, che cerca aiuto. E dove lo trova. Da suo fratello, padre, amante. La santa trinità su uno sgabello di uno sperduto bar. Guardo il dorso della mano di Lola. E’ appoggiato di taglio, fermo sul tavolo. Tu dici che le cose, fuori di qui, vadano meglio. Pensi che davvero, si viva meglio, al di fuori di questa casa, al di fuori di questa città. La mattina mi alzo, ancora, dopo quel pomeriggio. La mia faccia sui giornali. Mi hai difesa, mi hai preso in casa, mi hai ripulita ed ecco come ti ripago. Il piccolo genio di famiglia. Eccoti qua. L’uomo fuori dagli schemi, quello che vedeva oltre. Lorena è chiusa in bagno da oltre un'ora. E' mia sorella minore. Questa è la trentaduesima volta che sfondo una porta per lei. Prima che tutto questo iniziasse, ero un bambino seduto nel sedile posteriore della famigliare dei miei, di ritorno dalle vacanze estive, che giocava, accarezzava e dormiva con una bambina, guardando fuori dal finestrino, vedendo le lente scie dei fanali delle auto appesantite dai bagagli attraverso il lunotto posteriore. Ero quel bambino che appena sveglio si infilava nel letto di sua sorella per abbracciarla e tenerla al sicuro nel momento in cui avrebbe aperto gli occhi per un nuovo tiepido mattino. Nei nostri primi anni di vita nostro padre e nostra madre litigavano di continuo e le urla, le porte sbattute, le bottiglie rotte contro i muri, sono stati gran parte dei ricordi che ci siamo portati dietro. Lorena piangeva e soffriva di continuo e c’ero solo io a tranquillizzarla. Poco prima del mio decimo compleanno i nostri genitori divorziarono; nostro padre trovò lavoro all’estero ed iniziò una nuova vita con una nuova famiglia. Rimanemmo a vivere con nostra madre, la quale iniziò una terapia psichiatrica che trasformò la sua latente depressione in uno stato psichico e comportamentali tali da richiedere un ricovero. Mamma entrò in clinica e non ne uscì più. Così crescemmo con nostra zia che non era sposata e non aveva figli e nostra nonna. Furono anni, per così dire, felici, fino alla notizia della morte di nostra madre, fatto che sapevamo essere inevitabile. Una corda al collo mise fine alla sua esistenza così addolorata. Forse fu proprio il modo in cui decise di suicidarsi che segnò in modo irrimediabile Lorena. Aveva quattordici anni ed era il 1983. Due anni dopo era già entrata ed uscita dalla comunità due volte. Abbandonò la scuola e la sua vita sembrava essere quella dei ragazzi dello Zoo di Berlino. All’epoca ero solo uno studente universitario iscritto a lettere e filosofia, che aveva una smisurata inclinazione per la la letteratura nordamericana. Venni assunto dalla facoltà e divenni il più giovane assistente dell’intero istituto di letteratura anglo-americana. Un giorno di dicembre, durante una lezione su John Cheever, una dottoranda venne in aula a dirmi che Lorena era stata ricoverata. L’avevano trovata riversa su un marciapiede, priva di sensi. Quindi dimmi dove è finita Maya. Cosa hai fatto quella sera. Sai, me la vedo la scena. Te ne sei andata al bar di fronte per un drink e quel drink è diventato un uno seguito, da quale numero, due, otto. L’hai lasciata in casa sul divano davanti alla tv. Dimmi che non mi sbaglio. Non ti sbagli. Ho chiuso quella porta, ho chiuso quella dannata porta. L’ho fatto migliaia di volte. Maya è molto indipendente, mi ricorda te, l’ometto di casa. Come puoi dire queste cose, cosa importano questi riferimenti a me, a noi. Dov’è Maya. Non lo so, non lo so. Dio mio se l’ha presa qualcuno. Smettila di piangere, la polizia la sta cercando. Ti do da bere. Grazie. Stoli liscia su ghiaccio. Bevo anch’io. Sentiamo cosa dicono le notizie. Tu pensi che mi meriti anche questa punizione. Pensi che non sia abbastanza quello che ho vissuto. Lola, quello che tu hai vissuto, l’ho vissuto anche io. E’ stato come una nausea senza fine, che si alimentava del tuo disordine, della tua sofferenza e dei miei tentativi di stare a galla e limitare i danni. Tutta la vita. Un intestino ostruito, incapace di smaltire. Ci siamo intossicati fin da piccoli. Tu sei sempre stato un pervertito, di quelli della specie peggiore: i vigliacchi. Venivi nel mio letto per starmi addosso e io continuavo a far finta di dormire. Ti strusciavi, viscido animale. Smettila di bere. Sei completamente pazza. Mi strusciavo. Io ti accarezzavo e ti tenevo al caldo, sotto le coperte. Ero io a tapparti le orecchie quando mamma e papà urlavano e tu piangevi. Mi sono rovinato la vita, la carriera, la salute, per te. Ed ora, mentre mia nipote, tua figlia, è sparita e non si sa dove diavolo sia, mi dici che sono stato un piccolo pedofilo, molto, molto, attivo. Dove è Maya. Da qualche parte. Come. Da qualche parte: se non è qui è per forza da qualche parte - principio di esclusione, caro il mio filosofo. Noi stiamo qui fermi a distruggerci, trent’anni dopo. Lola, mamma è morta e sono passati vent’anni. Lo so. Si è uccisa con quella corda. Maya è troppo piccola per potere pensare al suicidio. La tua mente è un luogo infame, dove non c’è mai fine alla discesa, al degrado. Parli del possibile suicidio di tua figlia come se commentassi una notizia di cronaca rosa. Vorrei che fossi sparita tu, non Maya. E’ innocente. Maya è innocente come lo ero io. Io sono Maya trent’anni dopo. Sarei dovuta scappare da te, da quella casa, da quell’infedele di nostro padre e da quella depressa di nostra madre. Tu mi hai fatto diventare quella che sono. Voi mi ci avete fatto diventare. E’ stata una corsa al massacro. Tu non ti ricordi come eri bella da piccola. Avevi un bel vestito giallo e delle scarpe verdi. Ora. Ora sembro una puttana drogata, giusto? Non essere così dura con te stessa. Vado a rispondere al telefono. Era la polizia. Non hanno ancora niente. Cristo. Potrebbe mettersi male, Lorena. Non dire certe cose. Mi fai schifo. Sei sicura di avermi detto tutto e che alla polizia hai detto tutto. Sì. E te lo ripeto. Sono uscita alle cinque per andare al bar di fronte. Ci sono i testimoni. Poi sono ritornata a casa verso le due, le tre. Ubriaca. Sì, forse un po’. Non ho controllato se Maya fosse in camera, nel letto, a dormire. L’avevo lasciata sul divano, davanti alla tv, guardava qualcosa alla tv. Alla mattina mi sono svegliata e lei non c’era. Senti. Prova a pensare la strada. A fissarla nella tua mente, quando sei uscita e quando sei rientrata. Hai notato qualcosa di diverso, di strano. No. Santo Dio, siamo ad un punto morto. Nel pomeriggio andrò ad appendere volantini. E’ una bambina di cinque anni, dove potrà essere andata. Non è a scuola, non è dalle amiche, nel quartiere non si trova, i vicini non sanno niente. Cerca di capire e rispondimi. Chi potrebbe essere, nella cerchia delle tue amicizie, il più pericoloso, potenzialmente. Hai debiti in giro. Dimmi dove è Maya. Dimmi dov’è. Lola, io sono così stanco. Non me ne frega niente della tua sfortuna, della tua tossicodipendenza e, e niente. E di tua nipote. E’ proprio qui il punto. Questo è il maledetto punto di tutta la storia, la storia della nostra vita. Ho deciso che stavolta lascio. Se Maya è scappata, stata rapita, violentata, dispersa od uccisa, questa volta tutto ricadrà su di te. Piccolo figlio di puttana, piccolo animale altezzoso. Lurido viscido animale borioso. Ora mi lasci. Sì. Bastardo figlio di puttana frequentatore di troiette universitarie e troie di strada. Infame. Assassino. Dimmi una cosa: se iniziassi a strozzarti. Se anziché infilarmi nel tuo letto per proteggerti, mettessi le mie mani intorno alla tua gola e togliessi un male al mondo. Parla, parla. Vai avanti a parlare, piccolo deviato. Come pensi che finiremo. Mi sto già rassegnando. Non la vedremo mai più. E’ inutile che spacchi la casa. Dai che stai venendo fuori. Dai che il professore tira fuori il suo vero io. Altro che lato oscuro, ho sempre saputo chi eri. E sapevo che non mi avresti mai fatto del male, neanche sessualmente. Drogarmi era l’unico modo per esistere, per sopravvivere, resistere un minuto sopra l’altro. Dio non ci ha neanche mai preso in considerazione. Quante cose abbiamo fatto io e te. Quante ne abbiamo passate. Eppure siamo qui, ancora qui, con una bambina scomparsa, sangue del nostro sangue. E sai di cosa parlo. Non so dove sia Maya. Io sono quella bambina scomparsa, da trent’anni. Sono solo per la strada, adesso. E’ notte. Sto andando avanti nel fondo della regione. Il ponte sul fiume regge ancora, nonostante siano passati 112 anni. Mi guardo attorno, penso a dove possa essere Maya. Sono pronto a tutto. Aspettavo questo momento da tanto tempo. Da quando avevo quattro anni, si potrebbe dire, sono maturato e cresciuto sotto la luce di una stella opaca, tendente al nero. I campi. Le paludi. Le piantagioni ammalate e marcite. Contagioni, epidemie, carestie localizzate. Sono su questo ponte, sono lo spirito che viaggia sotto il tunnel. Spero solo di finirlo, e che quando l’abbia percorso, sia vicino, o in un altro stato. Non ci saranno sentenze valide nei corridoi dei tribunali. Quella ragazza seduta al bancone, l’ennesima. Un’altra notte buttata in un bar a rimpinzare un juke box. Pensato ai musei di arte. Pensato a mia madre. Pensato a quando scrivevo per le vicoli di città di confine. E poi i nomi delle vie si sprecherebbero. Non sto pensando a mia sorella. Sto guardando solo fuori. Sono dodici ore che guido. Dopo quello che è successo ho deciso di mollare il lavoro e di riprendere a bere. Nessuno potrà fermarmi. Devo ritrovare mia figlia. Inevitabile come l’inizio dei giorni, certo come il passare del tempo e oltre. La luce che passa attraverso questa pesante tenda blu militare, è chiara; tutta la restante è imprigionata e alita agitando il cosmo primordiale che sta là fuori. L’altro giorno hanno appeso sulla casa di mia sorella uno striscione con scritto CHI MI PRESA? e sotto la foto di Maya che gioca con la sua bambola preferita, Dolina. Molte volte ho visto la stessa scena ritratta dai miei occhi, stando alle spalle di Lorena. La sua bambola si chiamava La Regina della Notte, una stravagante bambola vestita con un lungo abito nero di seta e pizzo. Le camere di motel che attraverso in questo viaggio vedono un individuo che lotta con se stesso, un individuo che traccia linee, riversa appunti, abbozza riflessioni sconcertanti su un taccuino. Eccolo che riempie un lavandino con il ghiaccio preso dalla macchina nel corridoio e ci affoga il solito pacco da sei. Un individuo che è sconvolto da un dilemma che lo tortura: CHI TI HA PRESA. Ti sei persa, Maya. Sei in mano a qualche mostro. Ci starai aspettando in qualche tavola calda con un bicchiere di latte freddo ed una pallina di gelato alla vaniglia in una coppetta per bambini. Ti ricordi quando ti portavo al luna park e ti compravo lo zucchero filato. Ti si incollava alla bocca. Sei mia figlia Maya, come faccio a dirtelo. Non sono tuo padre biologico, lo sarei voluto essere. Una sera ho dato fiducia a tua madre e la notte stessa sei sparita. Cosa è successo. Ti stanno cercando decine di persone, attraversano i terreni intorno al quartiere coi cani, vanno nei boschi e li varcano, fanno ipotesi, inseguono. Camminano con torce e megafoni, hanno divise, alcuni sono armati e fanno il tuo nome. Non andrò più all’università. La mia vita è cambiata. Sabato 2 giugno, annoto un incipit dei più clamorosi (Desolazione nella solitudine. Quei pomeriggi, quei pigri pomeriggi, in cui ero solito starmene seduto, o disteso, sul Picco della Desolazione). Ho avuto un malinteso ad un bar e la faccenda è degenerata in una rissa tumultuosa, senza esclusione di colpi; ne ho stesi due poi mi hanno preso a calci e per fortuna è finita lì. Vorrei far mettere uno striscione come quello sulla casa di Lorena su uno dei ponti che si inarca sopra la statale, per poterlo guardare mentre passo sotto guidando come un feroce folle pronto a tutto. Spiriti asurici, contraddizioni femminili sul tavolo, ancora, le braccia di Lorena. Una polaroid dai contorni carbonizzati e con colori saturi di tempere acriliche. Inchiodati ad una inquietudine incommensurabile, ho letto e: sviati dalla moltitudine dei loro pensieri. Giù, giù in fondo. Le colazioni in questi motel con i camionisti che si preparano per viaggi da costa a costa, da capitale a capitale, dal delta nel golfo all’eruzione di un cratere dormiente, solo per una pagina strappata dalla Bibbia macchiata di bourbon nel cassetto del comodino destro. Una storia che non svanisce oltre l’uscita di sicurezza, attraversando un piazzale inondato di umidità con le macchine a fianco, le une alle altre. Chiamo Lorena. Dice, giura, di essere pulita dal giorno dopo la scomparsa di Maya. Crederle, sospettarla, una cosa vale l’altra. Sono passati tredici giorni. Sto cercando di raccogliere informazioni, analizzare segni, aspetti, sto cercando di sentire e vedere cose, nomi che sono sfuggiti e che sono là fuori. Tredici giorni che viaggio e non ho trovato niente; tutto si sta gonfiando, dilatando nella mia mente e questa è un luogo di morbido, liquido, in cui dissenno. Le foto di Maya da piccola sparse sul letto. Richiamo Lorena. Non riesce a mangiare da due giorni. Le sue sbandate amiche le stanno dando una mano nel quartiere, vagando come delle tossiche furie in cerca di brandelli di parenti persi e mai avuti. Oggi penso di andare ad est, il distributore non è lontano da qui, non vedo altro. La cosa che rimaneva più impressionante, nonostante quelle ore e il flusso drammatico di eventi che orbitava sopra il tavolo di quella cucina, una sala operatoria abbandonata che nascondeva vecchie bottiglie gelose nei ripiani disfatti degli armadi con ante scardinate, guarnizioni allentate, maniglie cedenti, era l’occhio sinistro di Lorena, chinato, genuflesso nei tempi lunghi che hanno sempre avuto le grandi distanze, le stazioni difficili da attraversare, le soste forzate davanti una porta di una latrina con chiazze verdastre e essenze di alcol denaturato, ammoniaca, candeggina, acido citrico, liquidi & polveri. Un problema di fiducia da risolvere tra me e mia sorella. Dove è Maya. L’interstatale passa sotto il porticato del mio hotel di fortuna. Quale fortuna. Un posto dove stare dalle sedici alle settantadue ore massimo, acquisendo informazioni, sviluppando delle tracce, arrivando a soluzioni, accusando, cedendo al più banale sconforto, alla patetica autocommiserazione di un quarantenne. Una pozza d'acqua inizia a muoversi, a salire. Le memorie tracimate dalla nostra esperienza, le iniziali dei nomi su un distributore automatico, è Lola che guarda il ciglio viscido della strada e nessun isolamento, dice. Decenni andati che finiscono nel suo solito sorriso slabbrato, con quel misto di rossetto grasso, di lucida labbra scadente, di tabacco sporcato da una saliva allagata di alcol e chissà quale altra sostanza (rabbia, paura, la gola così infiammata, degenerata nei suoi tessuti). Ogni ora è poco più che uno strascico sul giorno del giudizio. Avvisto delle imponenti manovre sul fiume, anche se la banchina è a oltre cinque chilometri dalla mia pupilla, contemplo straordinarie operazioni sui canali di scolo, un colossale e rumoroso dragaggio e la venuta tra gli uomini può aspettare. Uno spirito universale, polverizzato da un'immane senso di colpa. Questo è il corpo di Lorena, adesso, con la testa ripiegata nella cornetta del telefono, le dita che entrano nei buchi del disco per comporre i numeri di non so quale persona. Conseguenze di millenni rappresentati con parole, per immagini, rituali. Nel pomeriggio mi consegneranno le armi & tutto il corredo. Ho anche richiesto un supplemento di medicinali, diciamo. Nel negozio di liquori ho trovato un commesso molto alla mano, un ragazzo tutto televisione demenziale e riviste per adulti. Niente male mi sono detto, per le due del pomeriggio. Gli ho fatto un’offerta irrinunciabile per qualche cartone di James E. Pepper. 1776. Nell’incondizionata presenza del tempo, dove appena solo la luce morente di un tranquillo pomeriggio nazionale può passare attraverso la sgangherata grata dietro il vetro nella porta che sbatte e che non riesce a chiudersi del tutto, con uno strascicato refolo di vento, caldo, umido, lordato dai profili mancanti di queste persone. Seguo la mia solita vecchia lezione: composto al bancone, quattro birre in bottiglia e tre doppi, un amalgamato, un irlandese ed uno di segale, e puoi vedere dopo come ti cambia la vita. Estraggo il taccuino e lo metto sul bancone, pulendo con il sottobicchiere una chiazza di lascito zuccheroso di qualche avventore passato, appoggiando la penna in modo ordinato, nel senso opposto del taccuino. Il barista mi guarda. Metto la mano nella barba sotto il mento e dirigo gli occhi verso il televisore che sta appeso a qualche metro da me, in un angolo a sinistra a lato dell’entrata del locale. Anche io, come tutti, sono qua per starci per ore, forse tre quarti di giornata. Un cartello dice che il locale è sempre aperto, tutte le sante ore dell’anno. Cambiano solo le fattezze di chi ti prende la bottiglia di birra dal frigo basso in lamiera dietro il bancone, ne fa saltare il tappo in aria, e la fa scivolare per qualche centimetro fino a che non raggiunga la tua presa. Come tutti qua, siedo nella mia privata postazione per chiudere la giornata, per andare avanti, per far finta che niente sia esistito prima - MAYA, e che niente esisterà dopo. Sono qui in cerca di risposte, non solo di informazioni. Adesso è entrato chi stavo aspettando. Mio nonno mi aveva insegnato ad usare bene il coltello da pesca, proprio come quello che ho nella tasca della coscia destra dei pantaloni. Lo tocco per sentirne i contorni, per assimilarne le dimensioni e l’aggressività. Alla fine di tutto, chi potrebbe negare che la vita è tutta una questione di potenzialità espresse o inespresse. Su, andiamo. Ricordo le dita del prete. Certo che ho ricevuto un’educazione religiosa e di preciso è stata quella della Santa Romana Chiesa. Le dita del prete, tre, in segno di benedizione, assoluzione, tre ossa di una mano calate dall’alto per la nostra salvezza, la salvezza di tutti noi. Le sue dita messe in bocca dopo averle immerse in un vodka-orange allungato, messe tra la lingua e il palato come in una procedura chirurgica. L’anello con il sigillo papale all’anulare destro che pressava la carne gonfia, macilenta. Non ho mai condiviso il fatto di mettersi in fila, a capo basso, camminare reticenti fino ad un uomo che ti dà dal cono di una coppa la benedizione eterna. Mi dissero, sta scritto: allora tutta la comunità alzò la voce e diede alte grida; il popolo pianse tutta quella notte e ancora […] tutto questo ho visto riflettendo su ogni azione che si compie sotto il sole, quando l’uomo domina un altro uomo a proprio danno. Il Grande Scisma delle Coscienze. Dove può essere la linea di demarcazione, il confine di terra dove oltre c’è Maya. Dove sei, piccola. Lorena oggi è stata in centrale di polizia. Le ricerche continuano, ma tutto sta prendendo i contorni di una incontrollabile disperazione. Lorena ha perso quattordici chili e dovrò farla ricoverare. L’uomo del bar dell’altro giorno, anche sotto minaccia, non è riuscito a dirmi niente. Come può essere tutto questo. Solo venti giorni fa ero in un’aula universitaria a tenere le mie lezioni. Prima di arrivare in quel posto, avevo attraversato un ponticello di legno marcio quasi interamente coperto da erbacce ed arbusti; sentivo qualcosa, sia a livello visivo ed olfattivo. Qualcosa di pesante gravitare minaccioso sulla schiena. Per pochi centimetri le assi del ponte non erano imbevute e affondante nella cedente e crollante acqua malsana della palude. Il braccialetto d'oro che le avevo regalato era appoggiato su un cespuglio imbiancato dalle escrescenze filamentose cadute delle piante sovrastanti. Dopo le perlustrazioni, non abbiamo trovato né Maya, né il suo corpo. Una piccola infartuata notte duratura tra lo strisciare di cipressi calvi. Mi sono limitato a vivere in piccole stanze, ho bramato solo piccole, piccole cose e per tempo non sono riuscito a vedere oltre la Curvatura della Terra. Ho appeso una gigantografia di Maya sopra il letto e ho scritto: VIENI A RIPRENDERMI. Fuori dalla porta, non appena la mattina si affaccia con la sua selvaggia e proverbiale Ripetizione del Verbo Inascoltato, rifiuti organici ben ordinati prendono posto nel vitale agitarsi del giorno. Alimentazioni elettriche soddisfatte da generatori rimessi in moto dopo la tormentata stagione del grande freddo continentale a nord, su nei territori ai confini con quella altra nazione, ora sfoggiano il loro alto grado di efficienza e di prestanza, fornendo ai cittadini ogni tipo di servizio: insegne luminose con ancora la forza di scintillare, scoppiettare ad intermittenza, forni a microonde che fanno roteare metodici il piatto di vetro al loro interno, lavatrici con carichi in cestelli di ferro che vorticano in fasi di lavaggio sempre più corrosive, il funzionamento costante dei rulli degli autolavaggi di zona per i figli che vogliono lustrare i fanali delle auto dei propri padri fuori città. DOVE SEI. Come ogni giorno, tra qualche minuto, mi verserò il primo bicchiere oppure berrò direttamente dalla bottiglia mentre aspetto la telefonata di Lorena per eventuali aggiornamenti. Il pomeriggio non rientra nei miei piani.




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